Villa il Canonico

Storia della Villa

Nel 2002 una famiglia di Ripatransone decise di acquistare una proprietà in vendita, composta da un terreno con un casolare colonico, in contrada Ciapella di Ripatransone. Tra i vari documenti presentati dalle parti per l’atto notarile, vi era anche l’atto di provenienza, nel quale l’edificio veniva definito di “antica costruzione”.

Dopo qualche tempo, i nuovi proprietari iniziarono a valutare l’idea di ristrutturare il casolare. Il progetto si concretizzò nel 2011 e in un primo momento pensarono di demolire il fabbricato per riedificarlo ex novo, alla fine optarono per un intervento conservativo, senza stravolgere la struttura esistente. Nella prima fase dei lavori, durante la recinzione dell’area di cantiere attorno all’edificio, si resero conto che al piano terra, sul lato ovest, era stato realizzato una sorta di “marciapiede” con pietre reperite nel terreno. Esse dovettero essere rimosse e, sotto una di queste, lasciata in bella vista, comparve una moneta del 1942, sicuramente collocata in occasione della realizzazione del “marciapiede”.

Successivamente, sempre sul lato ovest, durante alcuni scavi riemersero con grande sorpresa i resti di una grande fornace di laterizi, come ipotizzò, in base alla sua esperienza, l’anziano titolare della ditta di costruzioni. La scoperta incuriosì i nuovi proprietari e, mentre i lavori di ristrutturazione proseguivano, la dicitura “antica costruzione”, unita al ritrovamento della moneta e della fornace nel terreno antistante il casolare, li spinse a intraprendere ricerche storiche per risalire, per quanto possibile, alla data di costruzione del casolare colonico.

La proprietà era pervenuta ai venditori tramite la loro madre, poi accertarono che a lei era stata lasciata dal padre, il quale l’aveva acquistata agli inizi del XX secolo dalla famiglia dei conti Neroni di Ripatransone. Attraverso l’Archivio storico notarile di Ripatransone rinvennero inoltre che i Neroni ne erano proprietari dall’11 novembre 1768, quando il canonico Nicola Neroni l’acquistò da un certo Giovanni Veccia. Nell’atto notarile, oltre a un “terreno vignato”, compare anche una “casetta con fornace diruta”. Fu dunque ritrovata sia nei documenti sia nella realtà la fornace che, a quella data, era già dismessa.

A quel punto, nonostante ulteriori ricerche dirette sulla famiglia Veccia, non essendo stato possibile rintracciare né l’atto di acquisto né quello di fondazione della “casetta”, i proprietari passarono alle ricerche indirette, utilizzando i confinanti sui quattro lati presenti nell’atto e la sua posizione. Sempre nell’archivio storico di Ripatransone, furono ritrovati diversi atti in cui però si faceva riferimento soltanto alla “fornace di mattoni” già dal 1608.

Visto che i documenti antecedenti a tale data erano pochissimi e comunque non accennavano ne alla fornace, tantomeno alla casetta, i proprietari decisero di proseguire con una ricerca storica sulle fornaci e più in generale su tutto quello che ci girava intorno, per vedere se potesse tornare utile per la ricerca principale, quella sulla casetta. La “fornace diruta” rispecchiava una tecnica costruttiva rimasta pressoché invariata dall’epoca degli antichi romani fino al XIX secolo. Infatti dopo che le maestranze avevano modellato a mano i laterizi e li avevano sabbiati, essi venivano lasciati essiccare per alcuni giorni sotto cannicciati provvisori. Il sole e tutti gli agenti atmosferici però ne danneggiavano anche una parte e solo i pezzi rimasti integri potevano passare alla fase decisiva, la cottura.

Per quest’ultima fase si scavava una buca nel terreno che, riempita di legna e dei laterizi da cuocere, sabbiati e disposti in forma tronco-piramidale su muriccioli di mattoni già cotti, veniva ricoperta di argilla. Dopo alcuni giorni di cottura, il tutto veniva smantellato per poi ricominciare da capo, mentre la buca rimaneva sempre la stessa. Dopo la caduta dell’Impero romano, queste fornaci furono realizzate soprattutto dai monaci dell’ordine benedettino, fondato da san Benedetto da Norcia. Essi le utilizzavano per costruire pievi o abbazie con monastero, nei luoghi dove non vi erano pietre da tagliare o da recuperare da edifici romani.

Queste fornaci venivano impiegate allo stesso modo anche dalle autorità civili, per innalzare torri, castelli, per fondare nuovi borghi o per costruire opere murarie di difesa alle città romane che ne erano sprovviste, al fine di difendersi dalle invasioni barbariche. Comunque terminato il manufatto, la fornace veniva abbandonata e la buca richiusa. Questa ricerca quindi aveva confermato la versione dell’anziano titolare della ditta di costruzioni, riguardante i resti rinvenuti davanti al casolare e definiti “fornace diruta”. Però, visto il periodo talmente lungo in cui queste fornaci furono usate, la ricerca non fu d’aiuto per determinare la data di costruzione della “casetta” e nemmeno per determinare almeno il periodo in cui essa fosse stata edificata. A questo punto i proprietari si trovarono in una situazione di stallo, senza un’apparente via di uscita. Poi rifacendo il punto della situazione, tornò loro in mente ciò che aveva detto il professionista durante il suo primo sopralluogo per ristrutturare il casolare, ed unendolo alla ricerca sulla fornace, capirono come andare avanti con le ricerche.

In quell’occasione, infatti, osservando l’edificio con una pianta ad L in mattoni e pietre, composto da quattro locali al p.terra, quattro locali al p.primo e un locale al p.secondo, coperto da un tetto in legno a due falde con pianelle e coppi, la sua attenzione cadde sui locali al p.terra, di cui tre voltati a botte e il quarto voltato a crociera. Subito anche lui ci fece notare che ci trovavamo di fronte ad un edificio di “antica costruzione”, com’era scritto nel documento di provenienza, riferendosi a quei tre locali voltati a botte realizzati in mattoni. Quindi, partendo da questa osservazione, i proprietari decisero di fare un’altra ricerca storica inerente alle volte a botte, con la speranza che questa fosse almeno utile per determinare il periodo di edificazione della casetta. Tornando indietro nel tempo, anche queste erano conosciute e usate sin dall’epoca degli antichi romani, poi sempre grazie ai monaci benedettini le volte a botte furono realizzate all’interno delle prime chiese romaniche costruite in tutta l’Europa occidentale, specialmente a partire dal VIII secolo, utilizzando i materiali più facilmente reperibili vicino al luogo scelto per l’edificazione. Alcuni mirabili esempi in Italia sono: la chiesa di Sant’Ugo a Montegranaro, il monastero di Fonte Avellana, l’abbazia di san Biagio in Caprile a Campodonico, la cripta di san Salvatore di Val di Castro, la chiesa di santa Maria di Portonovo, l’abbazia di Sant’Elena a Serra san Quirico, la chiesa di Santa Maria delle Moie a Maiolati Spontini, la cripta di San Vincenzo al Volturno, la cripta di Sant’Antimo a Castelnuovo dell’Abate, la pieve di santa Maria Assunta a Montemignaio, la pieve di san Michele Arcangelo a Metelliano, la chiesa di san Lorenzo a Montiglio, l’abbazia di Santa Fede a Cavagnolo, la chiesa, la sala del capitolo e il refettorio dell’abbazia di San Pietro in Valle a Ferentillo, la chiesa Collegiata di S. Maria Assunta a Lugnano in Teverina, la chiesa di San Felice di Giano, la chiesa di Santa Croce di Sassovivo a Foligno, la chiesa di san Giovanni in Sinis, la chiesa di Santa Maria delle Grazie a Civitaquana, la cripta di santa Maria in valle Porclaneta, eccetera.

Dopo circa tre secoli però, le volte a botte furono sostanzialmente abbandonate all’interno delle chiese, in quanto, se non costrituite a perfetta regola d’arte, esse crollavano rovinosamente. Se poi era possibile salvare la struttura, questa veniva coperta con un semplice tetto in legno a capriate, in altri casi venivano realizzate le volte a crocera più il tetto sempre in legno e diverse chiese sono arrivate fino a noi in queste condizioni. Quindi, per questo e per altri svariati motivi nel corso dell’ XI sec. furono introdotte le volte a crociera, all’interno delle chiese, ed esse ebbero un notevole sviluppo sia nel proseguio dell’arte romanica che soprattutto nella successiva arte gotica, rimanendo in uso fino al XIX sec. Le volte a botte, comunque per la loro robustezza continuarono ad essere utilizzate all’interno degli edifici civili, soprattutto nelle varie tipologie di fortezze. Successivamente furono riutilizzate dentro le chiese, ma realizzate non più con pietre o mattoni, ma con legno e canne, rivestite con il gesso per alleggerirle e quindi non erano più portanti della struttura, ma erano semplicemente appese. Alla luce di questa ricerca i proprietari pensarono che anche quella parte del piano terra del casolare, composta dai tre locali voltati a botte, potesse essere stata costruita in quel periodo, tra l’VIII e l’XI secolo, ma con quale funzione? Escludendo che questi locali potessero far parte di una primitiva chiesa romanica o di una fortezza, si doveva altresì escludere che potessero appartenere a un primordiale casolare colonico, poiché in quel periodo non esistevano casolari di campagna nel Piceno. Infatti la popolazione che non abitava nelle città di Ascoli e Fermo viveva sparsa nelle fitte selve che ricoprivano il Piceno, riparandosi in grotte o capanne e nutrendosi di radici, erbe, frutti spontanei e miele selvatico. Questa descrizione ci è fornita addirittura dai Normanni nel XII secolo, durante i loro viaggi da Pescara ad Ancona per imbarcarsi verso la Terra Santa in occasione delle crociate.

Quindi l’ipotesi più plausibile e vertiera a cui i proprietari arrivarono, per quei tre locali voltati a botte, vista la presenza della “fornace diruta” al 1768, fu quella che siano nati come edificio d’ausilio alla fornace stessa, che a sua volta doveva essere stata realizzata contestualmente all’edificio. A questo punto si poneva il problema del perché era stata realizzata una simile combinazione architettonica di una certa importanza in quel lontano periodo. L’unica spiegazione plausibile fu dedotta dalla storia della città di Ripatransone. Infatti attingendo ad essa e alla storia più in generale, sul finire dell’VIII secolo arrivarono in Italia i Franchi, che spodestarono i Longobardi e secondo la tradizione, in una parte del territorio Piceno divenne feudatario il nobile Transone. Egli per governare il suo feudo, decise di fondare un nuovo borgo e la scelta cadde su una rupe tra i fiumi Menocchia e Tesino. Intanto nell’attesa di realizzare l’opera, sul colle più alto della rupe vi edificò una torre in laterizio, che fungeva da residenza per se e la sua famiglia, offrendo allo stesso modo una buona difesa da eventuali pericoli esterni. Anche lui per edificare la torre fece ricorso ad una fornace costruita sul posto.

Ma come avvenne per il regno dei Franchi, che alla morte di Carlo Magno fu diviso tra i suoi tre figli, così accadde anche per il feudo di Transone. Infatti mentre si stava organizzando per edificare il nuovo borgo, Transone morí e i suoi figli si divisero il feudo. Essi subito si costruirono quattro piccoli castelli sui quattro colli più alti della rupe, abbandonando il progetto del loro padre. Ma successivamente, anche sulle coste Picene iniziarono a sbarcare i temuti pirati saraceni, dediti alle razzie, saccheggi e soprattutto alla cattura di schiavi. I quattro castelli resistettero, anche grazie alla loro posizione arroccata, ma la popolazione terrorizzata, per sfuggire ai saraceni si diresse verso queste fortificazioni in cerca di riparo. Questi avvenimenti spinsero i nuovi signorotti a unire i quattro castelli con una cinta muraria, favorendo l’insediamento della popolazione circostante al suo interno, mediante la costruzione di nuove case e così uniti si potevano tutti meglio difendere.

Quindi loro, inconsapevolmente, stavano per realizzare la volontà di Transone, unendo i 4 castelli avrebbero di fatto fondato un nuovo borgo. Essi però si resero conto che l’impresa non era da poco conto e vista la natura impervia del luogo scelto, era più comodo e veloce trasportare in loco i laterizi già pronti, piuttosto che portare legna, argilla, sabbia e acqua per riattivare le vecchie fornaci già utilizzate e abbandonate. Per cui, sicuramente pensarono di costruire un’unica fornace adeguata al loro scopo nel punto più vicino all’opera da realizzare e che offrisse in abbondanza tutti gli elementi necessari al suo funzionamento. La scelta cadde su un luogo proprio sotto la rupe, un pianoro sul versante rivolto verso il fiume Menocchia.

Inoltre, visto l’arduo compito che volevano realizzare, per velocizzare al massimo l’opera, si dovevano anche garantire una buona produzione di laterizi, pertanto vicino alla fornace fu decisa la costruzione di un edificio d’ausilio. Esso sarebbe servito per fabbricare a mano i laterizi e metterli ad essiccare prima della cottura, poiché non era pensabile di lavorare esposti alle intemperie, che avrebbero rallentato e danneggiato la produzione.

Questo edificio rettangolare, a un solo piano, realizzato in mattoni pieni, era diviso in tre locali, ciascuno con una propria porta d’ingresso, il pavimento era costituito dalla terra del versante e per copertura avevano tre volte a botte di ampiezza diversa, con quella centrale più grande, protette da un tetto in legno a una sola falda con pianelle e coppi. L’edificio fu realizzato in modo da assolvere alla sua funzione e la scelta della copertura con volte a botte fu obbligata perché in uso in quel periodo, ma essa comportava una particolare architettura a causa del peso notevole della sua muratura. Infatti i muri perimetrali dovevano essere spessi e robusti per contrastare la forte spinta esercitata dalle volte. Questo imponeva anche la necessità di ridurre al minimo le aperture, infatti le finestre erano solo delle piccole feritoie, simili a quelle dei castelli, che in questo caso servivano per l’aerazione dei mattoni in essiccazione e oggi ancora presenti, così come la piccola e suggestiva apertura ad arco fra due dei locali, forse utilizzata come passaggio interno.

Quindi l’edificio fu dotato di un muro di notevole spessore sul lato nord, più alto perché seguiva l’andamento scosceso del suolo, di un muro a scarpa sul lato sud, poi contrastato con terra e pietre per addossarlo al terreno, sempre di spessore considerevole come le tamponature laterali ad est ed ovest.

Dunque, la fornace era sicuramente quella che fu rinvenuta davanti al casolare, mentre l’edificio estremamente solido, era quello che ancora oggi si può chiaramente rinvenire al piano terra del casolare. Tralasciando la fornace non più visibile, l’edificio voltato a botte rispecchia totalmente l’architettura di quel lontano periodo, ed era stato costruito perché doveva essere d’ausilio per un’opera grandiosa, la fondazione di un nuovo borgo, quello di Ripatransone. Per cui a questo punto, con molta probabilità, si poteva affermare che quell’edificio fosse stato costruito tra il IX e l’XI secolo.

Ora, nonostante la fornace potesse lavorare a ciclo continuo per tutto l’anno, i lavori per unire i quattro castelli durarono però molto a lungo, sia per la grandezza dell’opera da realizzare, sia per le frequenti interruzioni dovute all’elevata instabilità sociale. Solo nella seconda metà del XII secolo, le mura di cinta erano concluse e il nuovo borgo prese il nome di Ripatransone, da “rupe di Transone”, ricadente per la cura delle anime, nel territorio sotto posto alla potente diocesi vescovile della città di Fermo. In quel periodo però era salito al potere un signore locale di nome Manerio, che non voleva essere sottomesso al vicino potere ecclesiastico, ma era più favorevole al lontano potere dell’imperatore.

Per consolidare la sua posizione, Manerio tra l’altro cercò di stipulare delle alleanze, concedendo anche in sposa la figlia Tasselgardesca a Baligano, signore di Falerone. Ma dopo la sua morte il borgo entrò anche politicamente nella sfera d’influenza del vescovo di Fermo, e questo di fatto lo condannò alla sua distruzione. Infatti le mura di cinta, da poco ultimate, non salvarono Ripatransone dalla furia di Marcovaldo di Annweiler, siniscalco del Sacro Romano Impero, duca di Ravenna, conte d’Abruzzo, reggente del Regno di Sicilia e margravio di Ancona. Dopo essere stato espulso dalla Sicilia per volontà dell’imperatrice Costanza, rimasta vedova dell’imperatore Enrico VI nel 1197, Marcovaldo tornò nella Marca di Ancona a lui soggetta. Qui iniziò a riconquistare città e borghi, che si erano sottratti al suo dominio, scontrandosi però con il crescente potere temporale del papa che mirava al controllo di tutta la Marca di Ancona. Ripatransone nel 1198 fu così assediata e poi saccheggiata con molte devastazioni, poi in seguito alla morte dell’imperatrice, avvenuta nello stesso anno, Marcovaldo nel 1199 tornò in Sicilia, come tutore di Federico II futuro nuovo imperatore, dove morì nel 1202.

Nel frattempo a Ripatransone, i sopravvissuti non si persero d’animo e decisero di riedificare il prima possibile il borgo e le sue fortificazioni, e anche se questi lavori non erano ultimati, essi questa volta, si costituirono in libero comune, riconosciuto dal vescovo di Fermo nel 1205. La nuova riedificazione del borgo, fu realizzata con delle modifiche che migliorarono le sue difese e sempre per velocizzare i lavori, le maestranze che lavoravano nella fornace dovevano necessariamente alloggiare in loco. Per poterlo fare, le nuove autorità decisero di realizzare una piccola torre, come costruzione abitativa-difensiva, sopraelevando il locale più piccolo, quello sul lato sud dell’edificio d’ausilio alla fornace, demolendo una parte del tetto.

Le caratteristiche della torre corrispondono a quelle descritte con estrema accuratezza nel libro Guide al Piceno dell’editore Maroni. Esternamente presenta un’architettura più antica, mentre internamente segue la tipologia di uno sviluppo verticale su tre piani di un unico vano. Il locale al piano terra continuava la sua funzione originaria, mentre quello al primo piano fu adibito ad alloggio ed era dotato di finestra e porta d’accesso, rialzata e rivolta verso il borgo, così da favorire la fuga in caso di pericolo.

Questo locale era poi separato dal tetto da un soppalco in legno, così da formare un magazzino o un ulteriore alloggio, raggiungibile con una scala interna anch’essa in legno. Questa fu la prima modifica dell’edificio, avvenuta dopo circa tre secoli dalla sua nascita. Il soggiornare in loco delle maestranze addette alla fornace, pur comportando un aumento significativo della produzione di laterizi, non era in grado di soddisfare le esigenze edificative per la ricostruzione. A tal fine, le autorità decisero di sopraelevare anche gli altri due locali al piano terra, in modo da ampliare gli alloggi, potendo così ospitare un numero maggiore di maestranze che avrebbero lavorato nella fornace e incrementando ulteriormente la produzione. I nuovi ambienti furono uniti alla torre, che rimaneva comunque più alta, e coperti ora con un tetto in legno a due falde, con pianelle e coppi, come la torre stessa.

Essi erano raggiungibili attraverso un’apertura al primo piano della torre, in modo da sfruttare l’ingresso già esistente. Poi aprendo un varco nella volta centrale, ancora visibile nel 2011 e oggi richiuso, le maestranze scendevano a lavorare al piano terra mediante una scala di legno, senza dover scendere dalla scarpata, dove l’edificio era addossato. Questa sopraelevazione è chiaramente visibile osservando oggi il casolare dal lato est: si nota infatti il piano terra, edificato nel IX secolo, con mattoni più antichi e quasi di colore uniforme, con qualche pietra. Mentre nella torre e nel primo piano realizzati successivamente, circa all’inizio del XIII secolo, troviamo più pietre inserite tra i mattoni di diverso colore, perché utilizzarono qualsiasi tipo di terra disponibile per la loro costruzione, sia per velocizzare i lavori sia per ridurre i costi.

L’edificio così composto era anche abbastanza sicuro, grazie alla possibilità di sbarrare dall’interno la porta d’accesso del locale centrale al piano terra, mediante una trave scorrevole inseribile in due fori ricavati nel muro, ancora visibili nel 2011 e poi chiusi, ma rintracciabili, e chiudendo la piccola apertura ad arco tra i due locali, tuttora visibile. Quindi in caso di pericolo, le maestranze potevano salire al primo piano della torre e dopo aver ritirato la scala, o potevano tentare la fuga verso il borgo o asseragliarsi all’interno della torre. Questo permise alle maestranze di dormire nell’edificio e poi di viverci proprio, anche dopo aver terminato la ricostruzione delle mura di Ripatransone.

Cosa che non succedeva invece per la popolazione che si era stabilita nel borgo, infatti nel corso del XII secolo essa usciva di giorno nel contado a disboscare i terreni, per poi coltivarli a proprio sostentamento e a vantaggio dei proprietari. Questi individui vennero chiamati contadini, dal termine contado, e a fine giornata preferivano rientrare all’interno delle mura sentendosi al sicuro.

Terminata la riedificazione del borgo dunque, la fornace, continuò a lavorare, soprattutto per la costruzione di nuove case e per la loro sopraelevazione all’interno della cinta muraria per il continuo aumento della popolazione. Passarono altri tre secoli, finché nel 1571 Ripatransone divenne sede vescovile e il borgo fu elevato al rango di città al pari di Ascoli e Fermo. Con la presenza stabile del vescovo si raggiunse quella sicurezza sociale che faticosamente era stata inseguita per secoli e che comunque nel corso del XVI sec. era già aumentata anche nel suo contado.

Per cui in questo periodo , i proprietari terrieri iniziarono a costruire piccole case coloniche nel territorio, tramite fornaci realizzate sul posto, per favorire l’insediamento dei contadini direttamente nei fondi e aumentare la produzione agricola. Intanto la fornace era stata chiamata a un ultimo grande sforzo, produrre i laterizi per la costruzione della nuova cattedrale di Ripatransone. Beneficiando di questo clima di sicurezza, anche nell’edificio d’ausilio alla fornace fu apportata una piccola modifica, realizzando una scala in laterizio perpendicolare sul lato ovest del locale nord, in modo da scendere dagli alloggi direttamente al cortile della fornace al piano terra, senza più passare dal foro nel locale centrale.

Con l’arrivo del nuovo secolo, compaiono negli archivi comunali, come già detto, i primi documenti sulla fornace di mattoni, ma senza nominare la “casetta”. Ora era chiaro che le due entità venivano accomunate e definite per la loro funzione, cioè nel suo complesso, una fornace per fabbricare mattoni, conosciuta da tutti e da tempo immemore.
Infatti, nel 1608, in un catasto del quartiere di San Domenico di Ripatransone, Domenico di Brandimarte Iezzi risulta possessore di un pezzo di terra confinante con la fornace di mattoni e con le Carbonare della città. Nel 1710 il beneficio di Sant’Appollonia possiede un pezzo di terra in contrada della Fornace, vicino alla porta di Capo di Monte.

Nel 1730 la comunità possiede, intorno alla città, terre chiamate le Carbonare, appena fuori le mura castellane e, successivamente, nelle memorie del marchese Bruti Liberati, le Carbonare sono individuate tra le due porte di Agello e Capo di Monte. Nel 1748 il pezzo di terra del beneficio di Sant’Appollonia viene collocato in contrada Pintura e scompare la contrada della Fornace.

Quindi, agli inizi del XVIII secolo, la storica fornace comunale, forse per la scarsità di alcune materie prime, come la legna, tagliata di continuo nelle vicine selve ormai scomparse, o come la sabbia probabilmente prelevata per secoli nelle vicine grotte dette di “santità”, che di sicuro comportava un aumento dei costi di gestione, fu venduta. Essa fu acquistata dalla famiglia Veccia, “mastri muratori” da generazioni, che già possedeva un terreno confinante. Luigi, infatti, stipulò nel 1700 un contratto con la comunità per il rifacimento delle mura pubbliche. Ancora prima, Felice, “co frutti de più anni accumulati”, istituì nel 1600 il Monte di Santa Monica.

Ma agli inizi del millesettecento comparvero ex novo, anche le prime fornaci private, non senza strascichi, come nel 1793, quando il parroco di Sant’Angelo, don Vitale Bassotti, fu accusato di aver acquistato per il restauro della chiesa mattoni di pessima qualità e a prezzo esorbitante dalla fornace del fratello. Comunque il confronto con i proprietari di queste nuove fornaci, che si specializzaro nelle attività di fabbricazione dei laterizi, non fu sostenibile per la famiglia Veccia, che decise di abbandonare la fornace per riconcentrarsi sul mestiere di mastri muratori.

Con la fornace ormai “diruta”, acquistò valore l’antico edificio d’ausilio, ormai definito “casetta” ed essendo disabitato da tempo, divenne oggetto di compravendita tra il canonico Nicola Neroni e il proprietario Giovanni Veccia. Quest’ultimo decise di vendergli l’intera piccola proprietà, composta anche da un terreno vignato, già dato in pegno l’anno precedente per un prestito ricevuto, poiché aveva bisogno di ulteriore denaro, come risulta dall’atto notarile dell’11 novembre 1768.

Il canonico Nicola Neroni, figlio di Felice, giureconsulto impiegato in Campidoglio a Roma, utilizzò la “casetta” come dimora estiva di campagna. In seguito, divenuto arcidiacono della cattedrale di Ripatransone e con il passare degli anni, vi si recava sempre più raramente, fino a quando con la sua morte, alla fine del millesettecento, tutta la tenuta passò allo zio, il conte Pietro Paolo Neroni.

L’edificio, con l’ultima piccola modifica fatta alla fine del XVI sec. venne riportato sulla mappa del territorio della città di Ripatransone datata 1814. Nel frattempo, il nuovo proprietario non utilizzandolo come residenza estiva, acquisto’ ulteriori terreni confinanti con l’intenzione di insediarvi una famiglia colonica. Ma con l’aumento demografico e la crescente importanza dei buoi da lavoro nell’agricoltura, anche i Neroni pensarono, dopo circa seicento anni, a un ulteriore ampliamento della struttura.

A tale scopo, al piano terra costruirono la stalla, con un locale voltato a crociera e dotato di porta d’accesso ad arco, quella attuale, unito alla volta a botte del primo locale sul lato nord, demolendo sia la scala per il piano primo, sia il muro perimetrale. Inoltre anche questo nuovo locale, fu sopraelevato, ricavando un’altra camera e posando una capriata per sorreggere il tetto. Quest’ultimo ampliamento, visibile dal lato ovest del casolare, pur salvaguardando la robustezza delle nuove strutture, denota l’esigenza del proprietario di contenere ulteriormente i costi. Infatti nella volta a crociera del solaio furono utilizzati sempre i mattoni ma posati in piano, nei muri si fece uso, accanto ai mattoni, di molte più pietre reperite nel terreno, mentre nel nuovo locale sopraelevato, osservandolo dall’interno, si nota la riduzione della sezione dei muri, anche per allegerirne il peso, ma il tutto sempre al fine di risparmiare economicamente.

Ormai l’antico edificio che era nato e vissuto in funzione della città di Ripatransone, rivolgendo sempre in alto il suo sguardo, aveva perso il suo scopo. Ora era diventato un casolare colonico di una certa grandezza che rivolgeva il suo sguardo verso il basso, verso la terra, che duramente la famiglia colonica avrebbe lavorato. Essa doveva risiedere nel casolare ed essere autosufficiente, dove ogni componente aveva un ruolo specifico nel produrre tutto quello di cui necessitava. Per cui la porta d’ingresso e la finestra sulla torre rivolta verso la città, non servivano più e furono chiuse. La scala di collegamento tra i due piani, che era stata demolita per l’ampliamento, fu ricostruita perpendicolarmente sul lato ovest della torre, sempre con un’apertura ad arco, ma ormai non serviva piu per andare a fabbricare i laterizi, ma per andare a lavorare la terra. Sulla Torre furono anche predisposte alcune riprese, ancora visibili, per un eventuale ulteriore ampliamento di tutto il secondo piano e avere così la possibilità di insediare famiglie coloniche più numerose per la lavorazione del fondo.

Con l’arrivo dei piemontesi, però, i proprietari terrieri compresero la maggiore convenienza delle pratiche agricole in terreni meno disagiati e più ricchi d’acqua. Per questo, nella seconda metà del milleottocento, iniziarono a costruire case coloniche più grandi, in grado di rispondere alle molteplici esigenze produttive del mondo agricolo. L’ulteriore progetto di ampliamento con sopraelevazione totale del primo piano del casolare fu quindi abbandonato.

La tenuta cambiò proprietario agli inizi del XX secolo e a causa della fatiscenza dell’ultima scala d’accesso al piano superiore, questa fu demolita e ricostruita con arrivo sul lato destro, oggi sul sinistro, di un terrazzino di nuova costruzione, nel cui angolo veniva posto il forno. Successivamente, per una migliore utilizzazione dei locali al primo piano, l’apertura ad arco di accesso al casolare sulla torre fu chiusa, pur rimanendo ancora visibile, e fu ricavata una nuova porta, quella attuale, nel locale centrale, demolendo però il forno, come ci confermò l’ultimo colono che vi abitò agli inizi degli anni settanta del XX secolo.

Questa ricostruzione storica di uno straordinario edificio millenario, definito di “antica costruzione”, verosimilmente non si discosta dalla realtà che il passare dei secoli ha celato. Infatti al di fuori delle cinte murarie dei borghi, solo chiese, castelli e torri furono fondati nell’alto medioevo, molti si sono conservati pressoché integri e oggi noi ne possiamo ammirare la bellezza.
Sicuramente altri edifici di supporto alle varie fornaci, furono realizzati in quel periodo in Italia, ma probabilmente solo il nostro non è stato demolito. Questo non è accaduto perché i materiali impiegati uniti al modo in cui era stato fondato tra il IX e l’XI secolo lo rendeva un edificio molto robusto. Inoltre, il fatto che rimase d’ausilio alla fornace di Ripatransone per molti secoli e ampliato successivamente per essere utilizzato come casolare colonico, gli ha permesso di giungere fino a noi per restituirci ancora oggi tutte le sue suggestioni e tutto il suo fascino architettonico, da tramandare alle future generazioni.